Il Pigneto spiegato bene

A chi ci vive e a chi ci viene

Cominciamo dalla cosa più importante: al Pigneto non ci sono i pini.

Il quartiere prende il nome da una fila di pini piantati dalla famiglia Caballini lungo il muraglione di villa Serventi. Di quella pineta oggi resta pochissimo. Alcuni degli ultimi esemplari sono stati abbattuti per fare i lavori della metro C.

Quindi il Pigneto si chiama Pigneto in memoria di alberi che sono stati tagliati per costruire il mezzo di trasporto che oggi porta al Pigneto la gente che viene a vedere il Pigneto. Se cercavate una metafora l’avete appena trovata... ora potete tornare a casa.

Dove sta, per chi ancora lo cerca su Google Maps

Il Pigneto è un triangolo. Comincia appena fuori Porta Maggiore e sta compreso, grosso modo, tra via Prenestina, via Casilina e via dell'Acqua Bullicante.

Non è un quartiere in senso amministrativo: fa parte del Prenestino-Labicano, sta nel Municipio V, e formalmente non esiste. E diventato un quartiere per acclamazione, che è il modo più romano possibile di diventare qualcosa.

Il dettaglio che colpisce chi ci arriva la prima volta è la distanza da Termini: pochi minuti. Il Pigneto è stato descritto per decenni come periferia pur essendo praticamente addosso al centro. Roma è una città in cui la periferia è uno stato d'animo, non una misura in chilometri.

Fondato da netturbini, tramvieri e ferrovieri (sul serio)

L'area resta quasi disabitata fino al 1870: orti, vigne, canneti e qualche villa. Poi arriva l'industria, arrivano le ferrovie e con loro arriva la gente.

E qui c'è il dato che andrebbe scritto in grande all'ingresso del quartiere: l'espansione edilizia del Pigneto fu opera di privati e di cooperative di ferrovieri, netturbini e tramvieri, che tirarono su le case lungo quella che allora era una strada in terra battuta.

Nessun piano regolatore. Nessun architetto con la visione. Un quartiere costruito da persone che facevano turni, con i soldi che avevano e un pezzo alla volta e questo è il motivo per cui ancora oggi non trovate due palazzi uguali e né una strada dritta con un senso unico con logica e criterio. Un secolo e mezzo dopo, negli stessi isolati, un negroni costa dodici euro. Il quartiere fondato dai netturbini è diventato il quartiere dove si viene a farsi fotografare. Non stiamo giudicando nessuno per carità... è solo una cosa che è successa e che ogni tanto è utile ricordarsi.

Piccola nota storica di cui il Pigneto va giustamente fiero: fu quartiere attivamente antifascista e per questo si prese i bombardamenti alleati del 1943 e del 1944 in pieno. Molto di ciò che vedete è stato ricostruito sopra i buchi.

Le strade hanno i nomi dei mercenari

Fanfulla da Lodi. Braccio da Montone. Fortebraccio. Riccio da Parma.

Se avete la sensazione che le vie del Pigneto abbiano nomi che sembrano usciti da un torneo è perché è esattamente così: sono in gran parte condottieri, capitani di ventura, professionisti della guerra su commissione del Quattrocento e Cinquecento.

Un quartiere costruito da lavoratori dei trasporti pubblici, con le strade intitolate a mercenari, che oggi è famoso per i cocktail bar. Nessuna narrazione unificante è possibile. Il Pigneto è una stratificazione di cose che non c'entrano niente l'una con l’altra ed è per questo che funziona.

Già che ci siamo: il monumento più antico della zona, a piazzale Labicano, è il sepolcro di Eurisace, un fornaio del I secolo a.C. che si fece costruire una tomba vistosissima e piena di sé. Il primo abitante di quest'area a spendere una cifra sproporzionata per l'estetica è stato un panettiere, duemila anni prima che aprisse il primo brunch.

Pasolini: ovvero quando il quartiere ha scoperto di essere un personaggio

Nel 1961 Pier Paolo Pasolini gira qui Accattone, il suo primo film, con Franco Citti. Le riprese si concentrano tra via Fanfulla da Lodi e via Ettore Giovenale.

Pasolini scelse il Pigneto perché era un microcosmo ancora intatto: una strada che definì <cite index="23-1">una povera, umile, sconosciuta stradetta</cite>, persa sotto il sole, in una Roma che non era Roma. Non era disprezzo, era il contrario. Cercava l'ultimo posto della città che non fosse ancora stato normalizzato dal boom economico e lo trovò qui.

Prima di lui c'era già passato Rossellini: la scena madre di Roma città aperta, la morte di Anna Magnani, è girata in via Raimondo Montecuccoli. Questo quartiere ha ospitato due delle sequenze più famose del cinema italiano e non ha nemmeno un'insegna decente che lo dica.

Ma la parte migliore è un'altra.

Il bar dove Accattone e i suoi amici passano le giornate, uno dei luoghi centrali del film, sta al civico 50 di via Fanfulla da Lodi. E non è mai stato un bar. Era un'abitazione privata, ed è ancora un'abitazione privata: Pasolini adattò per l'occasione una vecchia rivendita di vini e oli, tenda e insegne comprese, perché gli serviva un posto più sbandato di quelli che il quartiere offriva davvero.

Il bar vero, quello dove Pasolini andava per davvero e faceva i provini, era il Necci, aperto nel 1924 nella stessa strada. E non lo inquadrò mai: era troppo in ordine, troppo curato, troppo dignitoso per il film. Ricapitolando: il locale simbolo del Pigneto pasoliniano è quello che Pasolini non ha filmato, e il locale che tutti riconoscono dal film non è mai esistito. Il quartiere più autentico di Roma ha imparato il proprio mito da una scenografia. Se vi sembra un difetto, non avete capito il Pigneto.

Tassonomia minima degli abitanti

Il Pigneto contemporaneo è abitato da specie distinte che condividono lo stesso marciapiede senza riconoscersi.

Il residente storico. Ci abita da quarant'anni. Ha visto arrivare tutto: la droga negli anni Ottanta, le retate, i primi locali, i giornalisti, voi. Sta seduto fuori e guarda. Non è ostile è documentaristico.

Il militante. Ha una posizione articolata sulla gentrificazione e ve la esporrà. Ha ragione su circa il settanta per cento delle cose che dice, il che è una percentuale altissima e rende molto difficile discuterci.

Il trasferito da tre anni. Dice "prima era meglio" riferendosi a un prima che non ha vissuto. E la specie più numerosa e la più commovente.

Il trasferito da tre mesi. Non dice ancora "prima era meglio". Lo dirà. Sta solo aspettando di aver maturato i requisiti.

Il gestore. Lavora quattordici ore di fila al giorno, conosce tutti e ha una visione della gentrificazione molto meno teorica di quella del militante perché a fine mese paga un affitto commerciale.

Il cane. Al Pigneto ci sono più cani che parcheggi. I cani si conoscono tutti tra loro e hanno una vita sociale mediamente più organizzata della vostra.

Quello che è venuto per l'aperitivo e non sa dov'è. Arriva alle 19, esce alle 2, non saprebbe indicare il quartiere su una mappa. È il motore economico di tutto.

Piccolo dizionario del Pigneto

"La pedonale" — il tratto pedonale di via del Pigneto. Punto di riferimento assoluto. Se qualcuno dice "ci vediamo alla pedonale" non chiedete altro, è chiaro.

"Il quartiere sta cambiando" — frase pronunciata ininterrottamente dal 1870.

"È ancora vero Pigneto" — significa che il locale ha le sedie scomode.

"Non è più vero Pigneto" — significa che il locale ha le sedie comode.

"Qui una volta c'era..." — introduzione a un'informazione probabilmente esatta e comunque

irrilevante ai fini della serata.

"Ci abito da poco" — può significare qualsiasi cosa tra due settimane e undici anni.

E allora perché una battuta, qui, funziona meglio Perché la stand-up comedy ha bisogno esattamente delle cose che questo quartiere produce in eccesso: contraddizioni evidenti, gente che si prende poco sul serio, stratificazione sociale visibile a occhio nudo in duecento metri e un pubblico che non si offende facilmente.

Un quartiere che si chiama come degli alberi che non ci sono, fondato da netturbini, celebre per un bar finto, dove chi è arrivato ieri rimpiange l'altroieri, è già di per sé una struttura comica. Manca solo qualcuno che la dica ad alta voce con un microfono in mano.

Dall'1 al 4 ottobre 2026 il Pigneto ospita la prima edizione del Pigneto Comedy Fest, festival diffuso di stand-up comedy, con il patrocinio di Roma Capitale e del Municipio V.

Programma e nomi stanno arrivando. Lasciateci la mail e ve li diciamo prima che agli altri.

Ultima cosa e vale sempre: sopra ogni locale di questo quartiere c'è qualcuno che dorme. Quando uscite, abbassate la voce. È l'unico modo perché tra dieci anni ci sia ancora qualcosa da fare qui.